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Caro Nino, mi ricordi papà…

8 febbraio 2010

 

di David Crucitti – Come mi ha insegnato mio padre Guido, quando piccino lo accompagnavo nelle sue avventure di fotoreporter, mettere per iscritto, pubblicare, e mettere sul fatto compiuto chi di competenza per quanto riguarda i deficit di una città o di una amministrazione distratta o qualunque altra cosa di sbagliato, non è altro che un diritto e meglio ancora, un dovere. Molte volte, nel corso degli anni, ho sentito la gente dire a mio padre chi lo mandasse a denunciare determinate cose, gli veniva chiesto del perché esporsi così profondamente contro una realtà cittadina che non ha venduto mai grano, che non ha via d’uscita, che, alla fine, tutto resterà come prima. Erano i famosi anni ’80 e ’90, anni durissimi per questa città, anni di silenzi e abbandoni. Gli veniva chiesto del perché mettere a rischio la propria attività, la famiglia, la vita stessa. Raccomandazioni che non solo gli venivano fatte dalla sua famiglia stessa, ma, a volte, anche da personaggi un po’ “ in ombra”. Assolutamente nulla da fare, nulla lo poteva intimorire e nessuno lo intimorì. Nei suoi articoli, mio padre, oltre al nome e cognome, chiedeva che venisse pubblicato anche il domicilio, ed i direttori che avevano il piacere di pubblicarlo, lo accontentavano puntualmente.

“ Papà, perché metti anche l’indirizzo sui giornali? -papà- Metto l’indirizzo, perché se qualcuno ha delle osservazioni da fare o si è sentito offeso dal mio articolo, può venire tranquillamente a trovarmi e ci spiegheremo”. Erano i tempi in cui non esisteva la mail, il cellulare, ma esisteva tanta dignità, da ambedue le barricate. Sono cresciuto in questo ambiente. Un giorno, appena adolescente, il mio piccolo motorino mi lasciò a piedi, senza benzina spinsi il motorino ad una colonnina poco lontana dal centro città. Lì, chiesi gentilmente un po’ di benzina, senza soldi promisi che sarei tornato dopo a pagare il mio debito. Il titolare inizialmente non venne in mio aiuto, anzi, mi disse di andare a chiedere i soldi a mio padre. Risposi che mio padre era lontano e così mi chiese il mio nome: gli dissi il mio nome e lui mi chiese se per caso mio padre si chiamasse Guido. Alcuni anni prima mio padre aveva denunciato in un articolo una storia di degrado accanto a quella colonnina, un degrado provocato proprio da quell’uomo al quale avevo chiesto un po’ di benzina. Mi diede la benzina, ed insieme ad essa, mi consegnò un messaggio da recapitare a papà. Non consegnai il messaggio, lo conservo ancora nella mia mente, in qualche modo accettai la realtà di una città che in nessun modo vuole strapparsi via la veste dell’indifferenza, dell’accidia e dell’oblìo.

Vorrei citare qualcosa tratta dai diari di papà:

“Ho conosciuto persone coinvolte in fatti mafiosi, le quali mi chiedevano, dato che con le mie lettere avevo, secondo loro, disturbato parecchi personaggi importanti, se per caso avessi ricevuto avvertimenti o minacce. “ Niente di niente”- rispondevo io-. E loro: ma chi te lo fa fare? lascia perdere! Hai moglie e figli: hai solo da rimetterci. E poi non vedi che nessuno segue il tuo esempio e che sei solo?…. Cosa speri”?

Papà non restò solo, il suo esempio è il mio quotidiano vivere, quello che insegno ai mie figli ogni giorno: la legalità, la dignità di uomini e cittadini, la speranza di una società civile.

Un giorno, non molto tempo fa, un noto medico reggino mi chiese con quale coraggio facessi crescere i miei figli in questa città. Pensai e pesai molto quelle parole. La mia terra è questa, la realtà e questa e la mia città risiede nel mio cuore.

David Crucitti

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