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Reggio: i negozi chiudono, la crisi è nera

19 febbraio 2010

 

di David Crucitti – Viene considerata la peggiore crisi economica di tutti i tempi, ha coinvolto tutto il globo, paesi ricchi, industrializzati, economicamente forti che si sono dovuti piegare ad una situazione inaspettata ne, tanto meno, in parte prevista. Negli ultimi anni, si dice, il ricco è diventato più ricco, ed il povero ancora più povero. In realtà a farne le spese è stato il lavoratore medio, quello dietro lo sportello, quello che rischia la vita con una divisa addosso, l’impiegato statale, comunale o privato che sia, quello che un tempo metteva da parte qualcosa e che oggi si ritrova ad essere il cliente preferito delle finanziarie.

Da qui parte la crisi economica che ha colpito l’Italia, la Calabria e maggiormente il territorio reggino: la mancanza di denaro liquido.

Non solo i dipendenti e gli operai hanno pagato dazio, anche le medie e piccole imprese si sono scontrate improvvisamente con qualcosa di sconosciuto che ha, per forza di cose, fatto scattare allarmi capillari. A Reggio ormai è routine vedere improvvisamente saracinesche di negozi abbassate che, almeno per quella attività, non si rialzeranno più.

In città sono tante le attività che chiudono, per forza di cose hanno gettato la spugna, si sono arrese ad una realtà economica spietata e priva di una via d’uscita. Ma praticamente perché i negozianti del nostro territorio decidono di chiudere baracca: lo abbiamo chiesto a Candeloro Imbalzano, Assessore alle attività Produttive di Reggio, Imbalzano -risponde- “ La crisi che riguarda il territorio calabrese, ed in particolar modo quello reggino viene da lontano. Fino a qualche anno addietro il Comune di Reggio Calabria ha cercato di dare una mano alle piccole imprese, attività commerciali e artigiane, ma è chiaro che se i trasferimenti economici arrivano in ritardo ai comuni, l’economia ne soffre e gli interventi mirati alle piccole imprese sfumano.-continua- Tante piccole imprese chiudono perché non c’è mercato, le vendite calano e gli utili si azzerano. Attualmente c’è una moria di attività che dipende da una crisi generale e soprattutto dalla mancanza di lavoro”.

Effettivamente il serio problema riguarda proprio la disoccupazione, non solo per mancanza di denaro nelle tasche dei giovani, ma anche perché la mancanza di lavoro spinge i giovani ad aprire piccole ed inutili attività commerciali destinate al fallimento. Molti hanno approfittato di Sviluppo Italia per aprire i propri negozi, ma la maggior parte di questi hanno chiuso dopo pochi anni, e a volte, dopo mesi dall’apertura proprio a causa dell’inesperienza del settore scelto unito ad una crisi economica senza pietà.

Imbalzano –continua- “Oggi è molto rischioso entrare nel mondo del commercio e dell’artigianato, questo è un tempo in cui bisogna andare cauti con la decisione di aprire una attività, aspettare fin quando il ciclo economico non si sia rimesso in moto considerando che in questo arco di anni, anche le storiche attività del territorio hanno subito ridimensionamenti”. L’Assessore conclude affermando che la legge Bersani sulla liberalizzazione del commercio è stata disastrosa per l’intera economia nazionale, e in maggior misura per il Sud.

Non è facile fare commercio, le spese mensili sono da capogiro persino per le piccole imprese, gli affitti sono arrivati alle stelle anche nella più vicina periferia senza parlare di centro città. Le tasse e le imposte dello Stato sono considerate esagerate, mentre il tenore di vita per tanti negozianti non è dei migliori considerando che persino pagare puntualmente i contributi statali è ormai merce rara.

L’allarme è scattato, i negozianti, ormai esasperati, urlano da anni a qualcosa di concreto che possa garantire almeno una gestione dignitosa delle attività, si lamenta una totale indifferenza nei riguardi di chi ha l’onere di gestire un’attività, mentre, i dipendenti, usufruiscono di tutti i diritti a discapito dei titolari che per nulla sono considerati.

La crisi forse inizia da qui, dall’invisibilità di chi ha avuto il coraggio di fare imprenditoria e che spesso si ritrova solo, durante una malattia, una gravidanza o un momento di reale difficoltà economica, in un momento davvero crudo per l’economia commerciale che prima o poi, forse, avrà un capolinea. Nel frattempo, chi commercia, resta solo.

David Crucitti

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