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Le ragioni del no di Legambiente alla centrale a carbone: “Dare quattrini in cambio della salute è primitivo”

13 dicembre 2010

di David Crucitti – Le scuole di pensiero sono due, si alla centrale a carbone a Saline Joniche perché darebbe un salto di qualità al territorio, e no alla centrale perché i risvolti sarebbero devastanti. Di tutto questo si è discusso con i principali esponenti di Legambiente coadiuvati da docenti di fama nazionale esperti di salute del territorio, la terra in cui viviamo. “Serve capire che dietro l’impegno di Legambiente e degli altri enti che hanno organizzato questo incontro, c’è la voglia di dare risposte concrete in termini di sviluppo e di alternative per quell’area così disgraziata, speriamo che la SEI e tutti i fautori della centrale, abbiano lo stesso stile e la stesse impostazione nell’esprimere le loro ragioni, finora non è stato sempre così, speriamo che anche un incontro come questo, possa servire loro da lezione”. Nuccio Barillà, del direttivo nazionale di Legambiente, commenta così l’incontro tenutosi al Palazzo della Provincia con i principali responsabili di un’area da lui stesso definita “disgraziata”. “Noi abbiamo uno stile, una storia e abbiamo soprattutto una nostra collocazione” prosegue Barillà “ci vogliamo confrontare sul terreno scientifico, politico e del movimento con chiunque, rispettiamo gli avversari, non creiamo nessun problema, ma vorremmo anche noi essere rispettati, purtroppo non sempre questo accade”. “Forse anche la SEI sta cedendo a delle tentazioni che vengono sollecitate, e questo ci dispiace molto, un confronto dialettico, democratico, ci fa piacere purché avvenga sulla base di cose concrete, e non sulla base di campagne di pressione o convincimento forzato”.

La linea europea, e ormai anche quella mondiale, è di ridurre l’emissione di CO2, non vi è più dubbio che è una cosa necessaria, ma non è detto che sia sufficiente, per combattere gli andamenti climatici che sono in corso. Ogni giorni si avvertono eventi che preoccupano fortemente,  il clima sta cambiando e rovinando molte cose andando ad intaccare la società e l’economia dei paesi. Proprio per questi motivi la scelta carbone risulta sbagliata secondo gli esperti e gli studiosi del settore. “Parlando prettamente di territorio, l’impatto sarebbe quello massimo”, spiega il professore Massimo Scalia, docente Università La Sapienza, “basti pensare a quante decine di migliaia di Tir servirebbero per trasportare un milione e mezzo di tonnellate di carbone, che dovrebbero alimentare nel giro di un anno la centrale, pensare a tutti quei camion pesanti che si devono portare via le ceneri pesanti prodotte dalla combustione della centrale, combustione che, attraverso i camini, sprigiona anche a distanze molto lontane tutti quei metalli pesanti che sono le inclusioni del carbone”. Si chiede Scalia, le colture che fine faranno? Pensiamo anche alla salute, c’è stata molta attenzione al cosiddetto particolato sottile, “il nano particolato”, il camino di una centrale a carbone è una sorgente mostruosa di particolato che, aspirato dalla popolazione, non riesce ad essere metabolizzato dai polmoni ed è la causa di gravissime patologie degenerative. “Non si parla più di zolfo” afferma il professore Scalia, “come se fosse un bene, ma negli anni ’80 negli Stati Uniti e in Canada ci sono state epidemiologie su vastissima scala da correlare alle ricadute di zolfo, che viene espulso dai camini delle centrali, con le varie patologie cliniche subite dalla popolazione”. Dal punto di vista degli effetti cancerogeni, Scalia afferma di non avere dubbi, “per quanto riguarda gli effetti sanitari ci si può basare sulle epidemiologie molto ampie che sono state fatte negli anni ’80 in paesi che consumavano tanto carbone, ma proprio perché esistono questi effetti, un paese come la Germania che ha tanto carbone si sta impegnando perché diventi realtà quella previsione che è stata fatta dal rapporto McKinsey”. E’ vero che in altre realtà italiane la popolazione si è ribellata alla chiusura delle centrali a carbone provocando una caduta economica, ma è anche vero che, come afferma Scalia, in una situazione in cui la popolazione non è informata, e alla riconversione della centrale vengono associati benefici economici, è ovvio che un popolo disinformato sceglie i benefici economici, non dando dimostrazione di lungimiranza. “Dare quattrini in cambio della salute”, conclude Scalia, “è un discorso primitivo, l’augurio è che a Reggio Calabria si sia più avanzati, con la consapevolezza che ambiente e salute non si barattano con niente”. Quella di sabato scorso al Palazzo della Provincia è la terza conferenza nazionale di Legambiente che si svolge a Reggio Calabria, oggi la vertenza contro il carbone si è spostata in Calabria, dieci anni fa l’attenzione era su Civitavecchia, cinque anni fa sulle rive del fiume Po. “Oggi con i due progetti di Rossano Calabro e di Saline Joniche” afferma Stefano Ciafani “la Calabria rischia di vincere una partita che fa perdere sia la Calabria che l’Italia, si sta ragionando su progetti che servono a produrre energia elettrica con una fonte fossile inquinante, la peggiore fonte fossile per contrastare la lotta ai cambiamenti climatici”. Ciafani, responsabile scientifico nazionale di Legambiente, spiega che con il carbone si continuerà ad aumentare il danno atmosferico andando a toccare anche le tasche dei cittadini, costretti a pagare le multe che l’Italia rischia per non aver rispettato sia il protocollo di Kyoto, che l’accordo europeo, il famoso 20-20-20-, accordi che sanciscono l’obbligo di ridurre l’emissione di CO2 che il carbone aumenterebbe sensibilmente”. Ma parliamo di dati: le 12 centrali a carbone attive in Italia, a fronte di una produzione di solo il 13% di elettricità, hanno emesso il 30% dell’anidride carbonica prodotta complessivamente dal settore termoelettrico, circa 36 milioni di tonnellate (Mt) di CO2 sul totale di circa 122, risultando il settore industriale peggiore rispetto agli obblighi di riduzione previsti da Kyoto. Se venissero costruite tutte le centrali in progetto, compreso le due calabresi, il rischio sarebbe quello di raddoppiare l’emissione di gas serra. Rimanendo sul tema gas serra, vediamo quali differenze si riscontrano tra il danno globale e quello locale, Ciafani afferma: “La centrale a carbone sull’inquinamento globale incide in maniera molto pesante, produrre un unità di elettricità, da carbone porta ad un’emissione di anidride carbonica che è doppia rispetto a quanto si possa fare con una centrale a gas a ciclo combinato. Per quanto riguarda l’inquinamento locale, la centrale a carbone, essendo un grande impianto industriale con la necessità di avere una grande o alta ciminiera, ovviamente da luogo ad emissioni che vanno a incidere sul territorio che ospita la centrale”.

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