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Storia di Guido Crucitti, il barbiere di Reggio che fondò l’Ordine del Delfino

5 marzo 2011

 di GIUSEPPE LABATE9 dicembre 1974.  A Reggio ci sono più squali sulla terraferma che nell’Oceano Atlantico. E’ nel salone di un barbiere che accade qualcosa di strano. Guido Crucitti è relegato in un angolino di se stesso: osserva il suo salone, che si è “trasformato in un circolo ricreativo dove si fumava, si bestemmiava, si facevano pettegolezzi, dove si usava un linguaggio scorretto anche in presenza di bambini e dove si leggevano fumetti sporchi”. Sceglie di dire no a tutto questo: rompe con le vecchie e dannose abitudini, la gente lo minaccia di cambiare barbiere, ma lui fa ordine nel locale. Fa sparire i fumetti e le riviste, mette delle regole affisse alle pareti del suo salone: non si può disturbare con discorsi vari il barbiere, non si può sostare se non per essere serviti, non si può bestemmiare e, soprattutto, non si può fumare. Questo cambiò l’atmosfera del salone, ma sarebbe rimasto un “fatto locale” se Guido Crucitti si fosse limitato solo a fare questo. “Avevo solo un hobby: scrivere racconti dell’orrore che contavo un giorno di pubblicare, sempre che ne valesse la pena”, così dice di sé Guido. Unisce la sua voglia di aprirsi al sociale alla passione per la penna: vuole creare un filo diretto tra gli amministratori e giornali, togliendosi per sempre dalla bocca “il bavaglio dell’omertà”. Su quegli anni, Franco Arcidiaco, giornalista pubblicista, scrive di lui nel libro “Lettere d’amore alla mia città” (Città del Sole Edizioni): “Aveva il compito di perlustrare la città angolo per angolo al fine di raccogliere le lamentele dei cittadini e riportarle, documentate, sulle pagine del giornale (..) Le sue buste gialle, contenenti la lettera dattiloscritta e due o tre foto a colori, apparivano misteriosamente nella buca delle lettere di primo mattino; era lui stesso che la mattina, prima di aprire bottega, faceva il giro delle redazioni cittadine per recapitare le sue denunce”. E’ il 15 Luglio 1975 quando, insieme ad un gruppo di persone, sceglie di fondare l’Ordine del Delfino, che ebbe vita breve ma intensa. Guido Crucitti scrive al sindaco di Reggio, all’arcivescovo, al Medico Provinciale, all’assessore all’Igiene e alla Sanità, all’assessore ai Servizi Sociali, senza che glielo abbia mai chiesto nessuno. Dalle pagine del libro vengono fuori storie di miseria e di coraggio, di orrore e di umanità.

   Per esempio, come pagina 81: “Dopo essere stata ricoverata più volte all’Ospedale Psichiatrico di via Modena, la donna versa in uno stato di totale abbandono. Cerca il cibo tra i rifiuti, perfino in un recipiente che il suo vicinato ha riservato per i porci; poi consuma il suo pasto addentando laddove ha poco prima addentato il suo scheletrico cane”. Sembra una scena dell’Inferno, ma è la storia di Angela Arezzi, 47 anni, vittima della sua follia. Grazie a questa lettera che Guido scrive al sindaco, una nota in fondo al testo racconta come la signora Angela sia stata adeguatamente curata ed è da molti anni ospite di una Caritas Diocesana (Febbraio 2009).

   Storia che merita di essere ascoltata è a pagina 90: “Nell’assoluto silenzio del posto rotto solo dallo squittìo dei topi che giungeva dall’interno della baracca, abbiamo parlato a lungo, tranquillamente, come in altre occasioni”. Guido Crucitti è nella baracca di Domenico Cuzzola, 68 anni, ex degente dell’Ospedale Psichiatrico di Modena. Guido racconta che l’uomo era rimasto terrorizzato dal clima del “lager” e non voleva ricoverarsi: preferiva vivere sulle sponde del torrente Calopinace, dove si era costruito una baracca. Dichiarata abusiva dai vigili urbani, era stata rasata al suolo la prima volta. Domenico Cuzzola l’aveva ricostruita, perché non aveva altri posti dove andare. Successivamente ignoti avevano bruciato “casa sua”  una seconda volta. Lui l’aveva ricostruita per la terza volta.

   Guido Crucitti annota: “A questo punto concludo invitando le Autorità Civili e religiose di Reggio  a farsi un bell’esame di coscienza e a riconoscere che tutti i loro sapienti discorsi sulla dignità dell’uomo sono soltanto parole vuote quando in realtà non si riesce in 25 anni a risolvere un caso così profondamente umano”.

 3 Marzo 2011.

 Più volte intervistato alla radio e sui giornali anche nazionali, Guido Crucitti continua incessantemente  la sua attività, anche quando viene colpito da infarto. Nell’Ottobre del 2007 gli viene diagnosticato un mesotelioma pleurico.

   Il testimone verrà raccolto da suo figlio David, che scriverà:

   “Papà muore a 65 anni a causa di un Mesotelioma della pleura che lo ha disintegrato in tre mesi. La causa del tumore è stata attribuita all’amianto sprigionato dai phon utilizzati per il suo lavoro di barbiere, amianto che fino al 1992 è stato utilizzato per rivestire la resistenza degli asciugacapelli. L’ INAIL non riconosce il decesso come causa di servizio nonostante nei polmoni siano stati trovati ingenti quantità di asbesto. Da quando aveva 14 anni non ha fatto altro che il barbiere in luoghi privi di presenza di amianto. Chi di dovere fa il sordo, chi di competenza fa il muto. Di amianto si muore ogni giorno, ma qualcuno, ancora, sostiene il contrario”.

   Riportiamo integralmente uno degli ultimi pensieri di Guido Crucitti:

   “In più di trent’anni di interventi e denunce a governanti, magistrature e Clero riguardanti la città e i cittadini, non c’è dubbio che i malati psichici in difficoltà, per me hanno sempre avuto un posto primario nel mio cuore.

   Ricordo sempre quel 9 dicembre del 1977 quando all’ obitorio del cimitero di Condera, riconobbi il cadavere di Giuseppe Ianni, che, nella serata precedente, il video giornale  aveva mostrato la foto della salma, identificandolo erroneamente per un vagabondo con altro nome. La verità invece è un’ altra, e per saperla bastava rivolgersi all’ Ordine del Delfino che con i poveri addirittura ci vive. Consegnai ad un dirigente della Procura della Repubblica le vere generalità … che Iannì stesso qualche mese prima mi confidò, felice del mio interesse nei suoi confronti. Povero Iannì era avvolto in un lenzuolo di carta ( si, proprio di carta!) e pareva dormisse:  Si, è lui! .. ripetevo al dottor Luppino, ma dentro il mio cuore c’ era come una voce che mi diceva con  angoscia: “Sono io invece, quell’ uomo! E tu mi hai abbandonato, mi hai ucciso, mi hai ricrocifisso.” Avevo il cervello in fiamme.

   “… alla mia vita si presentò “il mostro”, come personalmente lo  ribattezzai. Mi colpì ai polmoni e non mi diede scampo. I luminari milanesi mi diedero quattro/cinque anni di vita, e ne fui entusiasta perché avrei potuto scrivere e mettere a conoscenza i miei concittadini dei motivi per i quali, da feroce squalo, divenni  delfino mansueto. Ma ahimè, passarono soltanto tre mesi. Una notte , in ospedale,  rivolsi il mio sguardo verso un vecchietto agonizzante accanto a me. (..) Dal terzo piano del Morelli, chiesi a mio figlio di affacciarsi dalla finestra e scattare una foto a quello che restava dell’ex 208. Non avevo fiato neanche per parlare, ma quell’articolo si doveva scrivere, ma io, non ne ebbi il tempo. Moribondo, il mio penultimo pensiero lo rivolsi a Reggio Calabria, ai deboli e agli indifesi che stavano per perdere il loro difensore. L’ultimo pensiero, fu per i miei cari”.

Guido Crucitti morirà il 6 febbraio 2008.

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