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Costa Concordia: se il capitano fosse stato il batterista

18 gennaio 2012

 di David Crucitti – Si intuiva che il 2012 sarebbe stato un anno difficile per molti aspetti, tra loro concomitanti e tutti insieme devastanti per le società mondiali, ma mai ci saremmo immaginati di vedere una nave da crociera, con più di quattromila persone a bordo, semi affondata. Scene, quelle viste sui media, da film con effetti speciali super moderni, ma la realtà supera la fantascienza, ed il mondo ha assistito a come una città galleggiante potesse affondare in poche ore e a come, diversamente dal Titanic, il comandante non è stato l’ultimo a lasciare la sua nave, ma ne è fuggito tra i primi. Nessuno può accusare o giudicare il comportamento del soggetto in questione, l’amore per la vita, o meglio, il terrore della morte giustifica qualsiasi azione. La storia passata e recente conferma il su citato comportamento “anomalo”.

 I testimoni oculari degli avvenimenti catastrofici sono la fonte principale per ogni tipo di ricostruzione dei fatti. Alcuni di loro affermano, come già accaduto per lo tsunami in Indonesia, che per il terrore della morte, alcuni genitori siano fuggiti lasciando i propri figli al loro destino. Sembra assurdo da credere, ma è successo molte volte. Ecco come potrebbe essere giustificato il comportamento del capitano della Costa Concordia Francesco Schettino, responsabile degli ospiti ma terrorizzato dalla morte. Sempre i testimoni raccontano un altro fatto avvenuto sulla nave durante le operazioni di salvataggio. Un giovane musicista, Giuseppe Girolamo, dipendente della Concordia, era già seduto al suo posto sulla scialuppa di salvataggio quando vede un bambino ancora sulla nave, si alza e gli cede il posto. Del musicista non si ha più traccia, rimane tra l’elenco dei dispersi.

L’azione valorosa del giovane ci fa capire chiaramente cosa succede in un estremo momento di pericolo di vita, succede esattamente che la reazione si basa sul profilo caratteriale, non del dovere. E’ vero che la vita è sacra per tutti noi, ed è anche vero che non bisogna giudicare i comportamenti altrui seduti comodamente davanti ad un pc. Ma una cosa appare chiara: se il batterista avesse avuto addosso la divisa da capitano, non avrebbe abbandonato la nave, e se il capitano fosse stato un batterista, non avrebbe ceduto il posto al bambino che forse sarebbe morto insieme al capitano. Due uomini diversi, due ruoli diversi, due reazioni diverse.

Il Codice della Navigazione nell’art. 303 stabilisce che “ il comandante deve abbandonare la nave per ultimo, provvedendo in quanto possibile a salvare le carte e i libri di bordo, e gli oggetti di valore affidati alla sua custodia”. Due storie diverse, due destini diversi, il capitano della Concordia dovrà rispondere alla società di abbandono di nave nei tempi non previsti e di errore di manovra causando diverse vittime. Il musicista potrebbe aver ricevuto già nell’immediato, due grandi ali bianche, una batteria e la pace eterna. Umanamente non lo speriamo, ma chissà se umanamente tutti noi ci saremmo comportati da “capitano o da musicista”.

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